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Non condivido le tue idee, ma

difenderò allo stremo il tuo diritto ad esprimerle.

- Voltaire –

Vigilantibus non dormientibus iura succurrunt

( Il Diritto viene in soccorso di chi vigila, non di chi dorme)

Rinuncia all'eredita'

 

 

La rinuncia è l’istituto attraverso il quale il chiamato all’eredità manifesta espressamente la propria volontà di non voler acquisire lo status di erede e, dunque, di non voler subentrare nella titolarità dei beni del de cuius.

Generalmente vi si ricorre quando l’eredità sia gravata da debiti ai quali non si intende far fronte oppure quando si voglia favorire l’accrescimento della quota dei coeredi.

Occorre ricordare, tuttavia, che per il raggiungimento di tali finalità sarà necessaria anche la rinuncia di tutti i discendenti del rinunciante. Diversamente, infatti, gli stessi subentreranno per rappresentazione (art. 467 c.c.).

La rinuncia deve avvenire per atto pubblico e quindi avanti ad un Notaio, ovvero con atto ricevuto dal cancelliere del Tribunale (o dell’eventuale sezione distaccata) competente per territorio rispetto al luogo di apertura della successione.

Tale luogo è individuato dal codice civile all’art. 456, nell’ultimo domicilio del defunto alla data della morte.

La forma indicata è prescritta ad substantiam e, quindi, la sua mancata osservanza provocherà l’invalidità della rinuncia stessa.

La rinuncia deve essere fatta personalmente dal soggetto maggiorenne e capace, ovvero da genitori o legali rappresentanti di minori, interdetti, inabilitati o sottoposti ad amministrazione di sostegno, purché essi siano stati a ciò autorizzati con apposito provvedimento del Giudice tutelare.

La dichiarazione può essere resa sino al momento in cui il chiamato non abbia accettato l’eredità, ovvero sino a che non si sia prescritto il diritto di accettare, pertanto entro i seguenti termini:

-      tre mesi (dal decesso o da quando si avrà notizia della devoluta eredità) quando il chiamato sia in possesso, a qualsiasi titolo, di beni ereditari. Ciò poiché, oltre tale termine, il chiamato è ritenuto erede puro e semplice (art. 485 c.c.);

-      entro dieci anni in tutti gi altri casi e sempre a condizione che non si siano posti in essere atti che siano idonei a configurare un’accettazione tacita (art. 476 c.c.).

Parimenti, la rinuncia validamente espressa, può essere oggetto della c.d. revoca. In tal caso, il chiamato-rinunciante può, con un atto successivo ed alle condizioni che poco oltre si vedranno, accettare l’eredità.

Ciò può avvenire se, (art. 525 c.c.)

-      non si sia ancora prescritto il diritto di accettare (termine decennale);

-      l’eredità non sia già stata accettata da altro dei chiamati.

Va precisato, peraltro, che – nonostante l’esplicito titolo della norma – quanto sopra non sia giuridicamente ritenuto un atto di revoca in senso proprio. Argomentando diversamente, infatti, si dovrebbe ritenere che la revoca faccia venire meno la rinuncia precedentemente espressa e ripristini lo status quo ante di
mero chiamato all’eredità. Ma se così fosse, il delato si troverebbe nuovamente nella condizione di poter accettare o rinunciare. In realtà, invece, la “revoca” di cui trattasi può avere luogo solo per successiva accettazione (Cass. Civ. n.
16913/11).

L’efficacia temporale della dichiarazione è ex tunc, ovvero la stessa retroagisce al momento di apertura della successione, ritenendo il rinunciante come mai chiamato all’eredità (art. 521 c.c.)

La rinuncia, infine, è nulla se parziale o sottoposta a termine o condizione. (art. 520 c.c.)

Da ultimo, a chi pensasse alla rinuncia quale strumento per non accrescere il proprio patrimonio ed evitare così che i beni di provenienza successoria possano divenire oggetto di aggressione di propri creditori, si segnala l’art. 524 c.c.

Il precetto codicistico, infatti, è chiaro nell’attribuire ad eventuali creditori che ritenessero di essere danneggiati dalla rinuncia stessa, il diritto di farsi autorizzare ad accettare l’eredità in luogo del chiamato, al fine di soddisfarsi sui beni ereditari (c.d. impugnazione della rinuncia).